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Omogenitorialità, tra amore, pregiudizi e diritti

Le famiglie omogenitoriali in Italia sono molte e spesso sono colpite da pregiudizi e difficoltà burocratiche

Chiudi gli occhi e pensa alla parola famiglia; cosa vedi? Probabilmente ti immaginerai una casa accogliente, magari con un bel giardino dove trascorrere le giornate di festa; qualcuno in cucina ai fornelli; qualcun altro a preparare la tavola in una sala luminosa, mentre un bambino o una bambina sparge i propri giochi per tutta la stanza, sereno e amato. Ecco, due adulti (o talvolta uno solo) che si impegnano a crescere un bambino, se ne prendono cura, lo proteggono e soprattutto lo amano. Cosa cambia quando questi due adulti sono due donne o due uomini e sono omosessuali? Teoricamente niente, ma tra pregiudizi e diritti difficili da conquistare la situazione in pratica spesso non è così rosea.

Cosa si intende per omogenitorialità?

Le famiglie omogenitoriali comprendono molteplici esempi di gruppi, ma l’elemento di fondo è la presenza all’interno del nucleo familiare di almeno un adulto con figli che si dichiara omosessuale. I bambini possono essere nati da una precedente relazione eterosessuale e la famiglia omosessuale essersi ricostituita in un secondo momento oppure la coppia omosessuale può aver condiviso l’intenzione di diventare genitori attraverso pratiche come la procreazione medicalmente assistita e la fecondazione eterologa. In alcuni casi il figlio può essere nato anche da autoinseminazione con un donatore conosciuto, tramite un donatore di seme anonimo o da gestazione per altri (o “maternità surrogata”), ma può essere anche frutto di un affido o di adozione.

Il diritto di essere genitori

Un’indagine ISTAT del 2005 ha rilevato che, tra gli italiani, il 17,7% dei gay e il 20,5% delle lesbiche con più di 40 anni ha un figlio, mentre ben il 49% delle coppie omosessuali ne vorrebbe uno. Nonostante le molteplici soluzioni che esistono oggi, tra adozioni e pratiche mediche, in Italia il diritto a essere genitori delle coppie non eterosessuali non è così scontato come in altri Paesi in Europa. 

 

La gestazione per altri, per esempio, in Italia è vietata sia per coppie omosessuali che di sesso diverso. La fecondazione assistita, invece, è garantita per coppie eterosessuali che abbiano problemi di infertilità, ma non per gay, lesbiche o donne single. Diversa la situazione in Stati come Gran Bretagna, Finlandia, Danimarca, dove ormai l’accesso a queste pratiche è consentito da più di 10 anni o addirittura, come in Spagna, da più di 30. Anche l’adozione per coppie omosessuali non è prevista, in quanto la cosiddetta adozione piena, in Italia, è consentita solo a coniugi sposati ed eterosessuali. Fa eccezione, anche se con non poche difficoltà, la stepchild adoption, termine con cui si intende l’adozione da parte del genitore non biologico del figlio del partner. Negli ultimi anni sono stati molti i casi di mamme e papà che hanno dovuto rivolgersi a tribunali e avvocati per veder garantito il proprio diritto a divenire genitori.

Le possibilità di scegliere di crescere un figlio sembrano numerose, ma si assottigliano se si pensa che la maggior parte sono concesse solo all’estero: questo significa viaggi e spese ingenti che non tutti possono permettersi e di conseguenza non tutte le coppie partono equiparate per il raggiungimento del loro desiderio. Per di più, anche chi ha la fortuna di portare a termine una pratica fuori dall’Italia (sia essa una fecondazione assistita o un’adozione), deve poi combattere per veder riconosciuta la paternità sul nostro territorio.

 

Il dibattito è sempre aperto, ma quello che salta agli occhi è che questi impedimenti, ben distanti da quello delle famiglie con partner eterosessuali, non solo minano la felicità della coppia, ma più di ogni altra cosa mettono a repentaglio la serenità dei bambini. Se il timore è che vengano discriminati perché hanno due mamme o due papà, se davvero si vuole che non si sentano diversi, probabilmente il primo passo è garantire loro gli stessi diritti degli altri bambini, dei figli degli “altri”.

Famiglie arcobaleno: pregiudizi e discriminazioni

Un’indagine ISTAT, datata ormai 2005, stimò in Italia un numero vicino a 100 mila minori che vivevano con almeno un genitore omosessuale. Con molta probabilità, oggi il dato è di gran lunga superiore, anche alla luce di una maggiore consapevolezza riguardo le famiglie arcobaleno (come sono chiamate le famiglie con genitori omosessuali) e di una maggior serenità nel fare coming out rispetto a qualche anno fa.

 

Questi numeri ci fanno capire come il fenomeno non sia marginale e rendono necessaria una presa di coscienza da parte di tutta la società, che ha che fare con questi bambini in ogni contesto, in famiglia, a scuola, al lavoro. I pregiudizi nei confronti delle famiglie omogenitoriali sono ancora molti: chi li ha sostiene per esempio che una coppia omosessuale sia incapace di prendersi cura di un bambino, complici alcune convinzioni sul fatto che i partner gay o lesbiche non abbiano relazioni stabili o che le due figure, quella maschile e quella femminile, siano imprescindibili per il giusto sviluppo del piccolo. Questo purtroppo accade anche nel contesto scolastico, nei rapporti con le altre famiglie o persino sul luogo di lavoro dei genitori.

La verità è che, secondo molteplici studi, non ci sono evidenze che dimostrino che un bambino cresciuto con due genitori dello stesso sesso subisca uno sviluppo differente rispetto a un bambino allevato da una coppia eterosessuale. Meno che mai l’orientamento sessuale dei genitori è capace di influenzare quello futuro del bambino o compromettere il suo adattamento comportamentale e psicosociale. La differenza sta piuttosto nel contesto familiare in cui il bimbo cresce, proprio come accade per tutte le altre famiglie: se i due adulti sono persone attente, capaci di prendersi cura del figlio, questo non avrà problemi diversi da tutti gli altri bambini. La difficoltà, quindi, si potrebbe dire che nasce una volta fuori, non tanto in casa: è il contesto socio-culturale a rimarcare le differenze, è chi fa sentire il bambino diverso, infatti, a renderlo tale, negandogli diritti e impedendogli di vivere con la stessa semplicità dei coetanei le relazioni familiari.

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